Ho riflettuto in questi giorni a lungo, circa un mese, nei ritagli di tempo, sul tuo e su tutti gli altri commenti ricevuti, dopo il mio post critico sui massacri di Parigi e della Nigeria.

Ricapitolando, nel mio post ho voluto affermare che ero e resto:

· solidale con le vittime,

· traumatizzato dalla violenza degli assassini,

· rattristato per tutti coloro che convivano a questo mondo, avendo diverse convinzioni religiose e proprie spiritualità,

· non solidale con le offese gratuite espresse da alcune vignette. Al contrario, ribadisco, le vignette incriminate, sono da evitare, e per nulla divertenti, nemmeno prima di quel che è successo.

Auspico che si possa rinunciare del tutto a certo modo di deridere e certo modo di fare arti visive, di grande facilità di realizzazione e di circolazione; e dico che ogni critica anche non gratuita richiederebbe attenzione, quando tocchi le profonde convinzioni e i maggiori valori di un individuo o di un popolo. E' la mia opinione in margine a questioni ben più gravi: secondo me una vignetta che insulta non è buona e non è satira, cioè non è arte, ma un tentativo molto mal riuscito di fare arte.

Non mi reputo, beninteso, granché colto, in fatto di arti visive. Pratico il disegno e altro, sì, da decenni, mi informo come e quando posso, ma non sono sempre in grado di distinguere ogni volta cosa sia arte e cosa no. Eppure, certe notizie e immagini sono accessibili al buon senso di tutti, e bisogna smettere di pensare che le arti visive siano 'faccenda dei critici, e dei soli artisti di professione'. Comodo come altre sospensioni del pensiero, defilarsi con un non mi intendo di ... e liberarsi dall'impaccio di avere un'opinione. Le immagini e le arti visive possono non interessarci minimamente. Ma sono una faccenda estremamente diffusa e potente, e questo è sotto gli occhi di tutti. Siamo da decenni sempre più influenzati incalzati e assediati da montagne di immagini accompagnate il più spesso da brevi frasi o didascalie. Il succo della cultura globale è fatto, purtroppo, di vignettisti.

Un'etica delle immagini e una comprensione delle implicazioni degli app del cellulare è spesso stupidamente derisa, 'roba da decrepiti moralisti idioti', come se non condizionasse il nostro modo di essere e di pensare. Ma ogni individuo ha diritto di pensare, e difendere il proprio pensiero su ogni fatto quotidiano. Di saperne.


Certe libere espressioni d'arte visuale, del resto, sono sempre state alla portata di tutti gli uomini, e di tutti i bambini del mondo, come realizzazioni intendo. Credo che ogni bambino e ragazzo possa e sappia disegnare una vignetta, se ne ha occasione, e non possiamo raccontarci che esiste un'aura mitica o qualche magia che ci impedisce di capire la vignettistica o il fumetto come arte visiva. Si capisce benissimo che questa è una forma diffusissima diveicolazione di idee ed influenza un gran numero di individui al mondo. E' più facile che un giovane clicchi su una vignetta piuttosto che los caprihos di Goya, anche se conoscendoli potrebbe apprezzarli senza l'obbligo di un apparato critico a fianco. Questo è un motivo in più per non far di una vignetta il gioiello prezioso della nostra libertà di espressione. Vale la pena per me di dire che di certa arte gradisco far a meno volentieri, soprattutto se siamo così instupiditi da non poter giudicare che la libertà di espressione non dà sempre buoni risultati, e che l'uso che noi facciamo dei nostri valori va rivisto.


Non mi sento, nel ribadire che quelle vignette fanno schifo, né come Fantozzi con la corazzata Potemkin, né come Don Chisciotte quando passa a fil di spada delle marionette col suo motto 'non bisogna confondere'.

E' proprio a favore di una libertà, quella di pensiero, è bene che qualcuno lo dica: criticare una vignetta non significa affatto negare solidarietà alle vittime, al contrario. E' per tutte le vittime che dobbiamo dubitare del valore 'libertà di espressione'.

 

In particolare Andrea ho riflettuto sulla tua proposta, di aprire un dibattito pubblico su alcune questioni, collegate a quei gravi fatti, incalzanti e importanti per la convivenza tra esseri umani; per la solidarietà, di cui in misura minima come possiamo proviamo a occuparci ragionando - e persino per le arti visive. Che al momento, tanto per dirti subito, non ho nemmeno più voglia di praticare. Sono per la decrescita, delle mie non indispensabili espressioni artistiche. Mi pare molto più urgente sforzarsi di pensare bene a poche vignette e scriverne con te, se mai.

E rinuncio volentieri, decresco, l'invito al cinema per vedere immagini ingigantite delle opere di Turner. Credo che scriverti ora onori meglio persino Turner, che pagare un biglietto per andare al cinema. Sono libero di scegliere di non darmi alla moda cultural-turistica del momento.

 

Un dibattito pubblico globale su Charlie Hebdo è in corso da 1 mese: appositamente ho lasciato passare il tempo, ho riletto qualche libro che agganci molti temi collegati, e per ascoltare molte parole, dopo i 4-5 post, di amici, che mi hanno in qualche caso decisamente strabiliato. At sì, ma ad altri, non so che parole usare per rispondere. Va da sé che sarebbe grottesco usare parolacce e frasi come '… ma che c..dici?!).

Quel che ho letto sui media, inoltre, non mi ha fatto cambiare opinione, e che personalmente non mi trovi d'accordo su molto di quel che viene liberamente espresso è un motivo in più per scrivere, di questa vecchissima, e neoeletta bandiera, detta 'libertà di espressione'.

 

Detto in sintesi, del tutto inesaustiva, resto dell'idea che di libertà di espressione ne abbiamo troppa, ne abusiamo, ne viviamo talmente tanta che diventa un gran rumore di confondimento e ottiene il risultato opposto al capire. Tanta da doverci liberamente autodeterminare a ridurla!

 

In breve: c'è il rischio che mi si accusi immediatamente di essere un eretico anti-occidentale!

 

Credo a maggior ragione, che sia necessario proporlo e scriverlo seriamente: decrescere la stupida e cattiva libertà di espressione. Decrescere non solo ogni gratuita offesa alle religioni cioè alle culture differenti dalla propria, ma anche lo sberleffo che non fa ridere e che viene fornito al pubblico pagante per mestiere. Credo sia opportuno decrescere la libertà di espressione per difendere non tanto la sicurezza, ma la libertà di pensiero, che non si identifica affatto con la libertà di espressione.

 

Come vedi, è sempre più maturo in me quel disgusto chiamato Horror pleni (è il titolo di un interessante libro di Gilo Dorfles, centenario che insegna molto delle trasformazioni globali, talvolta raccapriccianti, delle arti visive e non in questi decenni). L'Horror pleni, nel mio pensiero di questi giorni collega il fumetto, la vignetta, potente mezzo di condizionamento del pensiero efficacemente diffuso livello globale, con altre forme d'arte visiva, di cui forse pure, in toto, è doveroso auspicare la decrescita. Doppia eresìa, che un artista proponga e si proponga cose del genere. Eppure, anche per questo potrebbe essere il caso di dire: essere artisti, e solidali, non è semplice. Anche l'arte ha notevoli problemi di travalicare i limiti della decenza, e di dover convivere, tristezza che si aggiunge, con chiunque per qualsiasi ragione possa essere urtato, gratuitamente, volontariamente offeso, da alcune espressioni artistiche. Io stesso mi ritengo rattristato e urtato da certe immagini, certe espressioni artistiche di cui ho sentito parlare, intelligentemente descritte da Dorfles. E grandissima parte di tutto il mondo civile, cristiano e musulmano, soffre ed è offeso dai cortometraggi delle decapitazioni. Anche quelli, immagini, libere espressioni assassine, di cui si discute a posteriori inutilmente se siano o no da oscurare sul web. Chi decide questi limiti?

 

Senza forse dice bene un amico che chiede 'chi stabilisce il limite? … e da una prima naturale risposta: senza forse, in ciascuno di noi deve trovarsi un limite. Credo che non sia l'unico, perché la questione della libera autodisciplina e della convivenza civile va ripensata, oggi, per noi, i figli, nipoti.

 

E senza forse bisogna dire la verità sulla libertà, declinandola. In una società aperta, o anche semi-aperta e confusa, come la nostra, la libertà non coincide affatto con la democrazia, il condizionamento mentale è forte, l'omologazione al pensiero più superficiale potente, mentre il futuro è aperto e nulla scontato.

Non è pensabile nessun amabile colloquio della società aperta con il terrorismo, e lo slogan tolleranza zero non basta. E nello stesso tempo, non porterà lontano la difesa retorica, acritica, di moda, della mia, tua, libertà di esprimersi incessantemente, tutti liberi da qualsiasi rispetto per le persone, e a volte, persino da qualsiasi legame tra espressione, immagini e pensiero.

Questa nostra libertà è falsata, inflazionata, nemmeno desiderabile, e credo che molta gente non la voglia davvero. Che nessuno la vorrebbe, se ne avvertisse la contraddizione e le conseguenze. Credo che chi rifiuti ogni falsa retorica dei valori, ferma restando la condanna di ogni violenza, abbia ragione, o almeno comprensibili motivi per rifiuto dell'eccesso di libertà, e di impunità, che domina nella società globale del rischio.

 

Non so se aggiunga valore, che tu ed io partecipiamo a questo dibattito, di cui ti offro l'introduzione oggi e che non è certo novo. Possiamo farlo pubblicamente, pubblicare un libro o anche solo girare qualche lunga mail a una ristretta cerchia di amici.

 

Proviamoci. Il succo della mia idea, della proposta / dell'invito che farei a tutti i lettori, e anche alle istituzioni la ripeto: decrescita: riduciamo il numero di chiacchiere e di frasi buttate lì, come se esprimersi, a prescindere dal come, fosse a favore della libertà. E' vero il contrario: se non ci si disciplina in trasparenza e diversamente su parole e immagini in circolazione, soprattutto in rete, la nostra libertà, anche più della nostra sicurezza, saranno penalizzate, tacciabili di ipocrisia, giustamente o meno, disprezzate, e in ogni caso tutti ne soffriremo le conseguenze.

 

Quindi proviamoci, e se quel che ho da dire a me stesso, a te e a chiunque interessato, non sarà alla fine chiaro, se non viene bene, eviteremo di pubblicare – avremo un altro motivo per decrescere, se non smettere, di leggere montagne di parole prive d senso e piene di non detto e di ipocrisie.

 

Scrivo e correggo più volte il già scritto, lo lascio decantare, a questo scopo, tanto è seria la portata delle questioni messe in gioco da vignette 'stupide e cattive' e conseguenze.

A proposito: tu credi che le vignette incriminate, gratuitamente offensive della religione, siano state solo un preteso, per gli assassini? che i criminali abbiano fatto solo conti strumentali con i media, e col denaro? E che il dio denaro sia stato, e sia sempre, determinante nella genesi della violenza, più di ogni altra questione? Beh, io non lo credo. Siamo in sintonia su molto, a quanto capisco, ma la riduzione a cause economiche non è convincente. Certamente gli interessi materiali incidono su ogni scelta di ogni crimine organizzato; ma non credo siano mai l'unica, né troppo spesso la principale determinante delle violenze.

 

E anche fosse, del degrado delle arti visive, cui in minima misura persino delle vignette concorrono, secondo me questa è un'occasione per scrivere. Per evitare, ragionando, che da una sofferenza si generi altra sofferenza, dalla demenza altra demenza, e dalla violenza altra violenza. Anche se questo obiettivo può essere clamorosamente mancato, data la rischiosità dell'argomento.

 

Se pensiamo di partecipare a un dibattito pubblico, se vale la pena, prima di buttare in rete alcunché, serve riflettere subito su cosa distingua oggi pubblico da privato, in rete.

Quel che è pubblico, e anche riservato-fra amici-conviviale, nella nostra vita concreta e fisica di tutti i giorni, e quel che invece è detto 'privato' in rete, su twitter e sui social network, intanto, non sono dimensioni sovrapponibili. Non devono esserlo giuridicamente, e le norme giuridiche che regolano il web tendono inevitabilmente a una condivisione di diritto internazionale e globale.

 

Usiamo lo stesso termine, privato, ma ci riferiamo a 2 aspetti diversi della nostra vita. E' un diritto cruciale per la libertà, la difesa del privato e della privacy che ciascuno ha diritto di sostenere per sé e per altri nel proprio mondo non virtuale, concreto e interiore, la cosiddetta difesa della propria privacy. Ma nel web amico presunto della nostra libera espressione, questo diritto è incerto; e la sua strenua difesa è tutta da discutere. Non solo e non tanto perché il controllo in rete sia parte della lotta al terrorismo di ogni genere e mafia, ma perché la difesa del virtuale non ha altrettanto valore della difesa della persona concreta, fisica e interiore.

Per fortuna, né il nostro corpo né la nostra mente sono omologabili a un ologramma, e la nostra unicità di Persona fatta di mente e corpo, ancor meno.

 

Credo che la distinzione tra pubblico e privato in rete sia del tutto illusoria. Di questo parla tra l'altro Rodotà in un libro recente (vedi note bibliografiche), dove risulta evidente che a ciascuno converrebbe resettare molte delle proprie idee, adattarsi con intelligenza al mutamento del web che si realizza continuamente, e come in ogni epoca acuire il proprio senso critico, le conoscenze, l'intelligenza, in ogni campo. La cultura di cui dobbiamo dotarci non è il facile intrattenimento, un titti-tainment, se vogliamo che le parole abbiano valore.

Mi sforzo per primo di re-imparare a distinguere quindi quel che ciascuno è e fa nel mondo fisico, da quel che di ciascuno compare nel web, inclusi i segni dei comportamenti tracciabili, anche quelli privati che non dovrebbero formalmente essere oggetto di alcun tipo di controllo. Ma non è così, lo do per scontato e certo. Nel web, o nel cyberspazio che dir si voglia, tutto è tecnicamente passibile, in pochi secondi, di controlli e per così dire di 'spionaggio'. Sofsky ne tratta estesamente e in modo molto convincente. A parte le innumerevoli occasioni di sorveglianza ovunque ai nostri spostamenti, basta digitare un termine appena rilevante per la sicurezza, e un automatismo intrinseco al mezzo informatico tende a rallentare quando non ad ostacolare la 'libera espressione delle proprie opinioni'.

E anche se non fosse così, la necessità di riflettere sulle possibilità, le opportunità, liceità, le regole globali di questo controllo, è urgente che sia nella consapevolezza disincantata di ogni persona pensante: si può pretendere di combattere efficacemente il terrorismo, e nello stesso tempo difendere con rabbia ed orgoglio acritico la propria intoccabile libertà di espressione. Quale libertà? E quali espressioni? E quali regole sono date e sicure al mondo civile se le decisioni politiche cambiano cogli eventi che tutti in tempo reale conoscono sui media?

Quale transparency, quale accountability vogliamo eludere, a favore della corrente 'libertà di espressione', del libero gioco di giochi, scemenze, offese soprusi e violenze sul web di cui facciamo uso?

 

Franco Galanti     8 febbraio 2015

 

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Non ho scritto je suis Charlie perché non mi sento tale, ma mi sento molto più vicino alle altre vittime e a tutti i civili innocenti uccisi da terroristi con tale qualifica o da eserciti senza tale qualifica ma con tale atteggiamento.
Purtroppo dietro a terrorismi e fondamentalismi non ci sono né religioni né ideologie, ma solo denaro, almeno alla radice. Può sembrare una affermazione estrema ed eccessiva ma ciò che è successo in Burkina Faso con la cacciata del presidente mi sembra confermarlo. A parte, purtroppo, i morti e i feriti nelle manifestazioni di piazza che hanno condotto alla fuga del dittatore, subito dopo non si sono scatenate né guerre etniche, né tantomeno religiose: perché? Io penso solo perché non ci sono interessi economici, in un paese tanto povero di risorse, per cui valga la pena di soffiare sul fuoco.
Non auspico la censura e non sono credente ma Irrisione e derisione, talvolta volgare,  di ciò che per altri è un valore è deplorevole e sarebbe auspicabile una decorosa autocensura fatta rispetto. Sarebbe preferibile irridere gli esseri umani e non le religioni e i loro profeti o santi. Solo l’incitamento alla violenza è qualcosa che va bloccato in modo netto. ('Disapprovo quel che dici, ma sarei pronto a dare la vita perché tu abbia modo di dirlo' Voltaire). La critica è sempre utile, ma la facile irrisione spesso serve solo a rafforzare stereotipi pericolosi.
Quanto al creare degli eroi della libertà di stampa, passando in secondo piano le 2000 vittime in Nigeria o le vittime delle stragi israeliane di Gaza che, tra l’altro, sono un fattore che potenzia enormemente il terrorismo, non dei cani sciolti ma sicuramente di molti poveri diavoli, ritengo sia fortemente discutibile.

Andrea Cecchini

Presidente Progetto Susan onlus

 

22 gennaio 2015

Charlie  hebdo: dopo l’attentato

Riflessioni e dibattito

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